Speranze laburiste

La speranze di una politica laburista si infrangono sulla dura realtà

Mi sia consentito rispondere – poiché ne sento il dovere – ai diversi amici (si può ancora dire “compagni”?) che nelle scorse settimane, per telefono, a voce o per iscritto, mi hanno rimproverato certe mie presunte tesi “deprimenti”, espresse in un mio articolo su questo giornale.

Il 25 marzo scorso, analizzando il senso riposto della fusione di An con Forza Italia, asserivo che si sono svuotati tutti i connotati, non solo ideologici, ma anche ideali. E che non si intravede più alcuna alternativa al liberalismo capitalista (il titolo era “Il Nulla come collante”).

La risposta critica più interessante a quella mia tesi è venuta da Angelo Miele, lunedì 30 marzo: “…al posto dell’ideologia sarebbe subentrato il pragmatismo, che si traduce in una lotta per il potere tra le varie forze che operano nella società. Oso dissentire da questa deprimente conclusione, di riduzione della politica a lotta (ma, forse, non ho ben compreso l’opinione di Sammartino). A mio modesto avviso, invero, il pragmatismo se non sostenuto da idealità (oggi si dicono valori) è come ‘nocchiero in gran tempesta’, sballottato dalle onde irrazionali della storia. Quando si pensa di rivedere il welfare State (lo Stato del benessere, lo Stato che provvede a tutto per tutti che, oramai, è un connotato essenziale di tutte le società moderne tese a rimediare alle diseguaglianze prodotte dal capitalismo), non ci si vuole liberare dalla solidarietà tra gli uomini, al contrario, si vuole eliminare gli squilibri che anche il welfare finisce per produrre, cagionando altre diseguaglianze. Ed è questo un compito-dovere del socialismo…”.

Non so come ringraziare Miele di questa sua nobile rivolta contro quella mia tesi amaramente cinica, scritta – ammettiamolo – col rancore dello sconfitto. Perché io, di questa situazione odierna non sono affatto contento.

Io ho descritto quel quadro deprimente (che peraltro continuo a considerare realistico) proprio con la speranza di avere torto: io continuo a sentirmi socialista e statalista, persino con coloriture giacobine (che prevedono il sicuro primato del collettivo sull’individuale). Ma proprio per questo ho l’impressione di essere una specie di mostro di Lockness: un dinosauro sopravvissuto alla sua era.

Vorrei che non fosse così, caro Miele, ma lo smarrimento di chi ancora si dice socialista mi è palese (il partito di Boselli, pur di dire qualcosa di originale, si è messo a perorare le stranezze del costume, sviluppando una specie di monomania per il matrimonio omosessuale: mi domando che cosa ciò ha a che fare col socialismo di mio nonno e col mio).

Io continuo a credere che ci siano ancora delle serie ragioni di fare una severa politica laburista, moralizzatrice ed educatrice (alla Nenni); continuo a credere che ci voglia un partito che sappia gestire al meglio le antiche categorie della giustizia e della libertà. E resto convinto che questo “sarebbe” compito di un gruppo di uomini che potrebbero – a ragione – dirsi “socialisti”. Ma questo gruppo di uomini non lo vedo da nessuna parte. Non mi fa piacere, ma è così. Non sono contento di vivere in quest’epoca, ma questo mi è dato.

Ringrazio Miele, che mi offre speranze nuove, specie là dove addita un risultato storico veritiero: i presupposti socialistici, ormai sono entrati a far parte del fondamento scontato di tutte le politiche: l’eliminazione delle diseguaglianze sembra ormai uno scopo basilare di tutti i governi democratici. Ma anche lì, malgrado questo, in quanti casi questo scopo appare clamorosamente e vergognosamente fallito, o peggio accantonato e dimenticato?

Quante palesi situazioni di emarginazione sociale incontriamo per strada, senza che sembri interessare ad alcuno? Uno Stato socialmente attento, ad esempio, non lascerebbe crescere così a dismisura il numero dei “barboni” che dormono per strada, spesso mentalmente disabili (o divenuti tali a forza di stare in quelle misere condizioni) senza mai pensare seriamente ad inventarsi delle misure di recupero e reinserimento per quei disgraziati (foss’anche attraverso il ricovero coatto).

E comunque ribadisco che la realtà presente non sembra consentire connotazioni specifiche, con progetti globali di impostazione sociale. Anche qui in Italia si stanno creando a forza – a imitazione della solita America – due partitoni che non rispecchiano in nulla la grande e tormentata storia politica e culturale dell’Italia, e che sommergono tutto in quel “pragmatismo”, appunto, in cui non può sopravvivere facilmente alcuna specificità ideologica. Questa è la Storia che siamo chiamati a vivere oggi. Non mi piace, ma è così.

Sergio Sammartino

l’ “Avanti!”, 27 Aprile 2009

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