Razzismo e Nazione

 

 

                                                                                                                                                          

                                                                                                                                      

            Noi italiani siamo uno dei popoli meno razzisti della terra. E ciò perché la diversità razziale ci è connaturata; il senso dell’italianità si è affermato quando già la popolazione era formata da una congerie di genti diverse: nel nostro sangue ci sono celti, latini, longobardi, normanni, turchi, arabi, greci, franchi, spagnoli, francesi, tedeschi…Già alla fine del seicento eravamo formati da tutti i tipi fisici e psicologici disponibili nel bacino del mediterraneo, con forti apporti nordici (ecco perché nelle nostre scuole, e nelle nostre redazioni, ci sono sempre stati, gli uni accanto agli altri, tipi longobardi come Lavitola e tipi arabi come Ranucci, tanto per fare un esempio vicino).  In effetti, ad unificare tutto questo è stata la fede cristiana, che però qui da noi non ebbe degenerazioni razzistiche (come avvenne in Spagna con la persecuzione degli ebrei e dei discendenti degli arabi) sia per il carattere più scettico, tendenzialmente laico, degli italiani, sia per la presenza di regnanti d’alta intelligenza – tipo Federico II – che si rifiutarono sempre di servire pedissequamente la Chiesa ed anzi promossero l’armonia tra le etnie.

            Da ciò deriva un senso della nazionalità abbastanza speciale – e, per una volta tanto, superiore – a quello sviluppatosi in altre parti d’Europa. Nel corso dell’800 il concetto di nazione, sul continente, si basava essenzialmente sulla lingua, con l’esclusione del Regno Unito, dove  prevaleva un concetto di territorialità, legato cioè al territorio amministrato da un’unica corona; e con la clamorosa eccezione della Svizzera (unico caso di forte unità patriottica plurilinguistica, basata essenzialmente su un geloso disegno economico). In tutte le altre terre s’identificava l’appartenente ad una nazione con la sua condivisione della lingua.

            C’è però da dire che quest’impostazione si tinse subito di aspetti biologisti, e perciò razziali e tendenzialmente razzistici, in Germania, dove anche tra i più importanti movimenti culturali – da certi sodalizi misticheggianti del ‘700 allo Sturm un Drang, fino al nazionalismo di Fiche – il senso del “sangue”, della comunità fisiologicamente intesa (col corollario più popolare del mito del nibelungo dalle bionde chiome e gli occhi azzurri) si affermò sempre più per delinearsi chiaramente nella fine del ‘800 col pangermanesimo di Treizche e le tesi razziste di Chamberlain.

            In Francia,  la Rivoluzione portò un curioso razzismo “dal basso”: i rivoluzionari rivendicarono la loro discendenza romana, disprezzando i nobili,  discendenti dei barbari invasori (ancor oggi la Francia tiene al suo inno nazionale nel quale si parla di “sangue impuro”!). Si aggiunga che fu un francese – Gobineau – a pubblicare nel 1855 il primo testo ufficialmente razzista d’Europa: “Ineguaglianza delle razze umane”, che per anni influenzò persino la scienza, portando tanti a perdere tempo per cercare la pietra filosofale della superiorità bianca. Qui da noi il pensiero razzista ha sempre interessato delle esigue minoranze che – spiace dirlo – per decenni furono insufflate soprattutto dal clero in funzione antiebrea. 

            Ma è meraviglioso quanto il nostro diritto sia nobile, a proposito del concetto di nazione: un bambino nato in India e adottato da genitori italiani, cresciuto in Italia, istruito in Italia, sarà italiano a tutti gli effetti, e nessuno mai dovrebbe permettersi di chiamarlo indiano (sarebbe un subdolo, magari inconscio impulso ad escluderlo, a farlo sentire diverso, appunto su base somatica o di provenienza territoriale, e cioè tendenzialmente razzista). Perché quel bambino avrà imparato ad esprimere in italiano i suoi più complessi sentimenti e pensieri, nella sua storia avrà compreso Garibaldi e Mazzini, nel suo senso estetico ci sarà Dante. E questo appunto, lo fa italiano: non un fattore fisico, né biologico né geografico. Perciò quel bambino potrà anche in tutta legittimità salire ai primi posti della dirigenza italiana, compresa la presidenza della Repubblica.

            Nei paesi anglosassoni, viceversa, il territorio resta prioritario; il diritto nazionale si basa su un fatto più fisico, materiale, più grossolano: conta anzitutto il suolo su cui si è nati (tanto è vero che basta nascere sul suolo inglese o americano per aver subito diritto alla cittadinanza, mentre da noi possono nascere mille svedesi a Roma e non per questo saranno italiani);  ed è significativo che un cittadino statunitense, sia pur figlio di statunitensi di vecchia generazione, non può diventare Presidente se non è nato sul suolo degli Stati Uniti. Insomma, mi si permetta dirlo, il nostro concetto di nazione è più sottile, più spirituale, più alto che quello anglosassone e germanico, perché è qualcosa che attiene all’interiorità, non alla materialità della vita. Al punto di poter dire che se noi tutti fossimo deportati altrove, continueremmo ad essere italiani. Gli Inglesi senza l’Inghilterra…non lo so.

                                                                                                                                 

 Sergio Sammartino

(da l’  “Avanti!” 2006)

 

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