Laureati e analfabeti

 

 

 

 

         So che, in tempi di crisi politica ed economica come questi, parlare di problemi d’istruzione può sembrare una superflua amenità. Eppure un quotidiano di gran diffusione pubblicava ieri due articoli di spalla in prima pagina, sul fatto certamente allarmante che in Italia una percentuale incredibilmente alta di professionisti ha seri problemi nel trattare la lingua scritta. E non sono problemi di stile, ma proprio di struttura: d’uso dei verbi, del pronome relativo e via dicendo; insomma di grammatica. Il termine coniato per questi “analfabeti laureati” è “illetteratismo”. Ed è tutt’altro che superfluo il parlarne, perché sarebbe perfettamente legittimo il supporre che anche gli stessi problemi politici che ci affliggono dipendano proprio dal fatto che oggi arriva alla famosa classe dirigente un numero crescente di gente impreparata, presumibilmente non solo in lingua italiana, ma – diremmo – nell’intero impianto conoscitivo, il quale servirebbe appunto, non solo a trattenere delle nozioni, ma proprio a sviluppare la capacità di “stare al mondo”, di risolvere i suoi problemi nel modo più rapido, più integrale, e più indolore per il massimo numero possibile d’esseri viventi.

         Come al solito, con prevedibile semplicismo, l’articolista individuava la ragione del male nella scarsa abitudine alla lettura da parte degli incolti laureati che disonorano il Paese. E naturalmente la terapia che consigliava, consisteva in dosi massicce di lettura, di giornali e di libri.

         E qui ci urgono due considerazioni. La prima sulla terapia: è fasulla; perché tra i primi malati di “illetteratismo” ci sono proprio i giornalisti. Trovo sui giornali di oggi certi “scaccamarroni” che avrei censurato con un 4 immediato, quando insegnavo Italiano. I giornalisti hanno congiurato per primi contro la lingua, decidendo, ad esempio, di ridurre arbitrariamente la punteggiatura. Dai nostri quotidiani sono stati banditi il punto e virgola, i due punti e il trattino, (probabilmente perché, non sapendo usarli, alcuni hanno deciso di dire che “non erano più di moda”). E siccome la punteggiatura è il primo strumento che ci permette di esprimerci chiaramente, è consequenziale che, una volta mutilato questo mezzo essenziale, ne segua una crescente difficoltà di trattare i periodi, con conseguente rischio di caduta in errori di forma.

         Quanto ai libri, meglio non parlarne. Il crescente masochismo culturale porta certe malnate giurie a consegnare premi letterari (!) a testi volutamente sgrammaticati, con un linguaggio da mentecatti, magari farciti di parolacce, con la scusa dello “sperimentalismo” e dell’ “innovazione”.

         Quanto alla diagnosi, essa è superficiale. Non serve a nulla evidenziare che questi ignorantoni laureati siano tali perché non leggono. Casomai, sarebbe bello capire perché mai, essendo incapaci di amare la buona lettura e quindi di scrivere bene, essi siano potuto giungere al possesso di una laurea!

         Il problema è sempre quello: il buonismo; e non mi stancherò mai di ripeterlo: è quella convinzione – autentica astuzia del Diavolo – di dover “fare contenti” un po’ tutti, che ammala la nostra società. E’ quella diffusa tendenza all’evitare qualunque atteggiamento severo o duro con chiunque (compresi i delinquenti; figuriamoci gli studenti ciucci). Il dramma è che prima del ’68 non si consegnava un diploma da ragioniere a chi non sapesse scrivere perfettamente in Italiano. Oggi si esce promossi dal liceo classico, con temi pieni di errori (ne sono desolato testimone).  Bisogna tornare alla sana convinzione che è necessario sbarrare il passo a chi non è veramente all’altezza di servire a livelli elevati la società, pena la decadenza e la sofferenza della società stessa. Bisogna tornare a dire – anzi a gridare – che la “carità” verso il singolo, spesso è oltraggio e truffa alla collettività, che da quel singolo –  falsamente dotato di diploma o di laurea  – verrà danneggiata.

 

Sergio Sammartino

(da l’ “Avanti!”)

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