La lingua di Dante in esilio

 

            Da un po’ di tempo assisto con piacere – ma anche con smarrimento – alla nascita di svariate associazioni che si propongono la “diffusione della lingua e della cultura italiana”. Il piacere deriva dalla sensazione antica che di quest’opera ci sia bisogno da un pezzo; lo smarrimento deriva dalla stralunata constatazione che queste associazioni sembrano proporre un discorso sul lago…mentre il lago si sta prosciugando.

            Dico che sembrano non accorgersi che mentre all’estero si manifestano buone possibilità per un nuovo lancio del nostro prodotto culturale, linguistico e letterario, qui da noi gli oltraggi alla nostra identità si son fatti non solo frequenti ma addirittura regolari. 

            Gli ambiti in cui la nostra lingua viene violentata e negata con il ricorso inutile ad americanismi d’accatto si sono centuplicati: non c’è più un convegno – su qualsivoglia materia – in cui gli esperti di turno non si sentano in dovere di ricorrere a formule anglofone magari strettamente specifiche del settore, che potrebbero essere facilmente sostituite da parole o perifrasi nostrane, con l’aggravante che spesso i non addetti ai lavori – compreso il sottoscritto che pure conosce l’Inglese discretamente – non capiscono una mazza dell’intero discorso.

            Così una psicologa che parla ad un corso d’aggiornamento per funzionari non riuscirà a dire “ricerca di gruppo”, dovrà dire per forza “brainstorming”; un ingegnere che dibatte sulle pale eoliche in una sala municipale d’un paese montano dirà che “lo skyline è compromesso”. Nessuno sa perché non dice “panorama” o “orizzonte”, o “visuale”.

          Noi Italiani siamo da troppi secoli abituati ad onorare qualche padrone straniero. Appena se ne profila uno possibile corriamo ad abbracciarlo porgendogli la corda con cui dovrà trainarci, anche se siamo formalmente liberi dal 1860.

           L’aspetto più terribile è che ormai i nostri giovani conoscono questi termini americanoidi meglio della propria lingua madre. Dite ad un qualunque ventenne di “compitare” una parola: non capirà. Dite: “Fammi lo spelling”, afferrerà al volo. Ditegli di “sceverare” il contenuto di un documento: silenzio e sguardo idiota; ditegli “fammi lo screening” e si illuminerà. Nei nostri cinema girano film coi titoli quasi tutti in Inglese. E non si capisce perché, ad esempio, il film “Original Sin” non si possa chiamare “Peccato Originale”. Persino le pubblicità televisive sono lasciate in lingua inglese, finanche su prodotti italianissimi come il famoso Martini. Per non dire di quei due calciatori della nostra Nazionale(!), uno romano e l’altro siculo, che concludono una pubblicità dicendo “life is now”! Il messaggio umiliante è che se non afferriamo al volo l’Inglese non abbiamo più diritto di esistere neppure a casa nostra. E, per esempio, mia madre che l’Inglese non lo sa, non ha diritto di capire la televisione italiana nella sua stessa patria.

            Il fatto più amaro è che la maggior parte di noi ormai di tutto questo non si accorge neppure più. Quando faccio discorsi come questo a qualcuno, mi strazia il suo cascare dalle nuvole: non ci aveva mai fatto caso. Una prova in più che la nostra abitudine ad inchinarci alle culture straniere è talmente inveterata da non essere neppure percepita come un fatto anomalo.

            In Francia fu un governo di Sinistra, quello di Mitterant, che più di vent’anni fa promulgò una legge in difesa della lingua nazionale; la quale, per esempio, vietava ai negozi di titolarsi in Inglese senza una giustificazione plausibile. Qui da noi non si ha il coraggio di proporre niente del genere, probabilmente per paura che una tal proposta ci ricordi l’italianismo parossistico e ridicolo del fascismo alla Starace. Una prova in più che quel periodo ci danneggia più da morto che da vivo. Per paura di somigliargli anche un pochino, la Repubblica teme di difendersi anche dalle malattie più evidenti.

 

Sergio Sammartino

(Da l’ “Avanti!”, 2007)

 

 

 

 

 

    

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