Immigrazione e lingua italiana

 

Scuola, le classi multietniche e i tanti problemi didattici ad esse correlati

 

 

 

         Qualche giorno fa, mi son trovato a seguire un corso di aggiornamento per docenti, circa i problemi scolastici dei giovani immigrati. Affrontare il problema, ovviamente, è cosa buona e giusta. Tanto più la sento tale, perché vengo da una razza di emigranti: il padre di mio padre andò quattordicenne a fare il portalettere a Buenos Aires; e ancor oggi ho più parenti nelle Americhe che in Patria.

         Però le soluzioni immaginate, comunicate con incredibile candore dai relatori, mi lasciano perplesso, per non dire allarmato.

         In sostanza si tratta di adeguare l’andamento dell’intera classe alle difficoltà dei ragazzi (anche di uno solo!) immigrati di fresco, magari dalla Cina, dall’Albania o dalla Nigeria. Ora, siccome, ovviamente questi ragazzi non capiscono un’acca di italiano, se sono bimbetti delle elementari il problema è serio ma non troppo. Se invece ti arrivano già fatti, a sedici anni, alle superiori, è impossibile far capire loro concetti complessi di fisica o di filosofia. Cosa fare allora?

         Secondo l’inverosimile logica corrente del ministero e delle sue propaggini, l’intera classe dovrebbe rallentare il percorso, aspettando passo passo che il singolo immigrato capisca. Il che significa che si riusciranno a svolgere sì e no tre argomenti a quadrimestre per ogni materia.

         E’ la stessa logica che ha abolito le classi differenziali. Ha provocato dei disastri, ma nessuno ne parla e nessuno lo ammette: se c’è in una classe un handicappato mentale (con tutto il suffragio dei docenti “di sostegno”) l’intera classe è condannata all’ignoranza a vita per la sventura di averlo incontrato. 

         Mio cugino che sta in Canada mi dice: “Quando io arrivai qui mi fecero regredire di tre classi (primi anni ’60); oggi la soluzione è molto più razionale: quando arriva un bambino straniero lo fermano per un anno, gli fanno studiare soltanto la lingua; appena è in grado di capire perfettamente la lingua lo rimettono esattamente nella classe in cui stava nel suo Paese”.  Non è molto più semplice e più logico? Macché.

         Mi chiedo spesso per quale misterioso gioco della psiche quelli che passano dall’insegnamento ai ruoli amministrativi dimenticano tutta la realtà viva delle aule e le concrete difficoltà che comporta, e cominciano a camminare a dieci metri da terra partorendo notte e giorno innovazioni da sogno e più spesso da incubo. 

         Ma ancor più spaventoso è il corollario:  per aiutare i giovani immigrati si propone una nuova lingua italiana, modellata su sintagmi semplificanti che rasentano il linguaggio essenziale e scarnificato dei negri di Via col Vento, ammettendo persino la profanazione della grammatica con tanto di abolizione del congiuntivo e del passato remoto (tra poco imporranno ai docenti di usare gli infiniti come i selvaggi dei fumetti). E a chi faceva notare il rischio di impoverire ulteriormente il linguaggio degli adolescenti (che spesso è già al limite del pensiero umano)  una relatrice ha risposto, tra l’altro: “Ammettiamolo: il congiuntivo e il passato remoto sono ormai da soffitta”. 

         Agghiacciante; anzitutto perché l’assunto è falso: persino quegli esemplari che affollano certi talk show incentrati sul nulla, sfoggiano il congiuntivo appena decidono di “darsi un tono”. Se poi non ci riescono vengono subito percepiti – anche a livello inconscio – come appartenenti ad una specie intellettuale inferiore. Il che conferma semplicemente un discrimine antico – e forse ineliminabile – tra l’élite degli istruiti e la maggioranza ignara. Una volta gli ignari erano analfabeti; oggi leggono e scrivono ma non usano i congiuntivi. Dire a tutti di seguirne l’esempio è come se cent’anni fa si fosse suggerito agli scolarizzati di smettere di leggere e far finta di non saper scrivere.

         Quanto al passato remoto, diciamo anzitutto che abolirlo è paradossale proprio oggi che si diffonde tanto la lingua inglese, che usa quasi solo il tempo remoto (lo dico a quanti giustificano certe sciatterie linguistiche con la necessaria “europeizzazione” dell’italiano) . E’ poi tristemente vero che certi soggetti  – tipo Piero Angela – narrano al passato prossimo fatti accaduti 40 anni fa; ed è vero che, persino sui testi, da un po’ si arriva a leggere al passato prossimo la biografia dell’autore morto da vent’anni. Ma questo non è certo da incoraggiare: è il segno di una decadenza globale del pensiero. Il tempo remoto fa paura perché è il tempo storico della solennità. Ed oggi abbiamo imparato a vergognarci di dire e di pensare la vita in modo solenne. Usiamo poco il passato remoto come usiamo poco il senso di responsabilità ed evitiamo di assumerci dei doveri perenni. Ma su questo ci sarebbe da scrivere un libro. Lasciamo andare. Diciamo semplicemente che l’uso improprio del passato prossimo confonde le idee e rende il messaggio insicuro (colui di cui si parla è dunque ancora vivo? Il fatto che ha compiuto è accaduto ieri? Un anno fa? Cent’anni fa?). E siccome la lingua è il veicolo del pensiero, confondere la lingua significa indebolire ancor più il mezzo principale con cui l’umanità cerca di avvicinarsi alla felicità possibile. Per questo disse Confucio: “Non permettere mai che esista disordine nelle parole”.

 

 

Sergio Sammartino

(da l’ “Avanti!”, febbraio 2005)

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