Il Nulla come collante

Il nulla come collante di SERGIO SAMMARTINO

Sui vari blog che circolano su internet (e che rappresentano la nuova piazza) si collezionano commenti amareggiati circa l’ultimo cedimento di An al “Padrone”. Molti accusano Fini di essersi svenduto “per trenta denari”.

Qualcuno prevede grandi fughe della militanza…Per analizzare

razionalmente, bisogna prendere piena coscienza del fenomeno corrente. Siamo in presenza, ormai da decenni, di un progressivo svuotamento delle ideologie. Non solo di quella marxista, che per un secolo ha diretto le danze della vita ideologico-politica d’Europa (le altre ideologie nascevano per contrasto o per alternativa a quella).

Per ovvia simmetria sono cadute anche tutte le altre. E di questo alcuni non si sono accorti soltanto perché continuavano a coltivare il “nome” di un’idea che, nel frattempo, si era del tutto svuotata. È il caso, ad esempio, delle formazioni socialiste seguite alla fine – rapida e traumatica – del craxismo.

Esistono partiti che continuano a definirsi “socialisti”, ma in cosa consista il loro socialismo non si riesce a definire (un’ analisi dello pseudosocialismo nominale del partito di Boselli, l’ho scritta su questo giornale il 17 aprile 2008).

Il pragmatismo conseguente non è stata una scelta: è stata una necessità. Le impostazioni rigide, le visioni di “progetto globale” di società alternativa sono crollate, semplicemente perché nei fatti si è evidenziato che non si potevano fondare valide alternative al liberalismo capitalista.

I tentativi fin qui svolti hanno determinato un rallentamento nello sviluppo economico e civile delle società in cui si sono attuati. I comunismi hanno dovunque prodotto povertà, e se determinano crescita economica (come in Cina) è proprio là dove, anch’essi, di comunista trattengono solo il nome, ma non hanno più nulla della prassi dell’economia di stato e del divieto della proprietà privata, tipica della dottrina marxista. Anche in Cina, comunque, il mantenimento del potere da parte del partito unico, si basa sul relativo isolamento del popolo cinese, e quindi sull’arretratezza tecnologico-comunicativa della Cina (dove, ad esempio, esistono forti limiti

imposti allo sviluppo informatico).

I fascismi, dal canto loro, non sarebbero letteralmente possibili in una situazione dove lo sviluppo economico è in gran parte determinato dalla totale libertà (anzi dal libertinaggio) nel mondo della comunicazione, e dalla commercializzazione di ogni cosa. A ciò si aggiunga che si è instaurata – specie dopo il Sessantotto – a livello di cultura di massa, una mistica della libertà assoluta, acritica e confusa, che è un’autentica malattia della società odierna e che comunque ha spazzato via qualunque possibilità non solo di imposizione autoritaria, ma anche di concezione vagamente giacobina della democrazia, ossia moralisticamente impostata sul primato del collettivo (e quindi dello Stato) sul singolo.

Il peggio è che è stato condannato dalla globalizzazione pure quel tanto di statalismo che ha animato le socialdemocrazie europee degli anni Sessanta e Settanta e che risale in generale alle dottrine socialiste, ivi compresa la forma ibrida da cui nacque il fascismo italiano.

Da ciò la difficoltà a “dire qualcosa di sinistra”, ma anche a “fare qualcosa di destra”, da ciò la continua paura, da parte di Fini e compagni, a sostenere delle soluzioni di durezza radicale, ad esempio, sull’immigrazione clandestina e sulla delinquenza; da ciò pure l’abbandono di qualunque pulsione realmente “nazionale” (a dispetto del nome), giacché da Alleanza nazionale non è mai venuta, ad esempio, una proposta di legge a protezione della lingua italiana, profanata dall’invasione degli americanismi in libertà (e si ricordi che una tale legge fu varata in Francia dal governo socialista di Mitterand nei primi anni Ottanta!).

Il problema del rapporto di Gianfranco Fini con le sue radici, d’altra parte, è sempre stato meno aspro di quanto sia per gli uomini di sinistra, e forse proprio per questo la crisi delle idee crea sconfitta a sinistra mentre non impedisce alla destra di continuare a vincere. Anzitutto perché il pragmatismo si ritrova nelle stesse radici più problematiche del percorso di Fini: lo stesso fascismo di Mussolini si presentò all’Italia come un movimento pragmatista, nemico delle ingessature ideologiche, e pronto a mutamenti necessari allo sviluppo delle contingenze. Così che ai pochi che hanno sempre rimproverato a Fini di avere “tradito il fascismo”, egli poteva rispondere che il fascismo stesso era predicazione di mutabilità e adattamento anti-ideologico.

E poi, insieme alle dichiarazioni “di fedeltà” che alcuni rinfacciano al Fini degli anni Ottanta (“siamo il fascismo del 2000”) ve ne sono altre che facevano ampiamente presagire lo svuotamento delle radici “socialnazionali”, in nome di una destra liberale, di tipo anglosassone o gollista. E non è neppure così sicuro che tutto ciò “tradisca Almirante”, perché lo stesso

Almirante, nell’incoronare il giovane Fini suo delfino, volle scegliere “uno che era nato dopo il fascismo, uno che non era nostalgico” (a tal proposito si legga una bella intervista ripubblicata sull’ultimo “Europeo”).

Non solo: il forte leaderismo che vige nel centrodestra porta alla facile identificazione del destino dei due partiti principali con quello dei loro capi.

E qui il nodo si scioglie con una chiarezza massima: la successione a Berlusconi è certamente il problema più discusso nei corridoi di palazzo, malgrado sia il meno pubblicizzato. E se Fini vuol essere sicuro di battere i

suoi rivali non può evitare la mossa spregiudicata di trovarsi – in tempo – già

dentro la casa dell’Anfitrione, pronto a sedersi a capotavola. In quest’ottica, Fini non sta regalando An a Berlusconi; al contrario: si sta appropriando di Forza Italia, unendo i due partiti e trovandosi all’interno di quest’unione già del tutto legittimato a succedere all’attuale Caudillo. Nessuno potrà dirgli: “Tu non puoi essere il successore: bisogna che sia un uomo di Forza Italia”. Ora che Forza Italia non esiste più – giacché An si è fusa con essa dando luogo a un nuovo partitone – Fini vale quanto e forse più di Formigoni o di Tremonti. E hanno un bel dire certe anime belle, che il collante del Pdl adesso è il Nulla. Et pour cause! Soltanto il Nulla – ossia l’azzeramento di tutti i presupposti ideologici – è il brodo in cui possono stare insieme ex socialisti ed ex fascisti, cattolici e liberali laicisti, liberisti oltranzisti e nostalgici dello statalismo.

Se ci fossero ancora delle connotazioni identitarie, quest’assemblaggio sarebbe impossibile.

Questo Nulla, naturalmente, ha il colore del potere, e c’è poco da scandalizzarsi: prima della nascita delle ideologie moderne (la Rivoluzione Francese) la politica era schiettamente e semplicemente lotta per potere, tra vari ceti e vari gruppi clientelari (anzi, secondo Pareto e Mosca, grandi pensatori post-socialisti di fine ottocento, questa ha continuato ad essere la realtà anche dopo la nascita dei pariti moderni).

Quanto al dissenso interno, esso subisce già la censura sapiente delle televisioni: nei molti servizi andati in onda sul congresso, sono state trasmesse soltanto interviste di militanti entusiasti; i molti contrari non sono proprio apparsi, né è stato mostrato l’onorevole Menia, che ha parlato contro (“Non voglio dissolvermi nel nulla… ”). E poi anche la visione della base militante “pura” , opposta al cinismo dei capi, è favola bugiarda. Anche l’ultimo dei gregari, da quelle parti, ha ormai capito che è meglio aver la tessera d’un partito che governa, piuttosto che cantare inni antiquati in qualche scantinato. Avere amici potenti rende il peso del Nulla sostenibile.

Sergio Sammartino

da l’ “Avanti!” di mercoledì 25 aprile 2009

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