Il fallimento della Democrazia

Sergio Sammartino

         Prendendo spunto dall’ottimo articolo di Cinzia Dato (“La democrazia non è uno spettacolo per il pubblico”), vorrei esprimere alcune, non scontate e forse “non corrette”, riflessioni.

         Plaudo alla splendida chiarezza con cui Cinzia Dato descrive il compito di una Costituzione (quello di ovviare al caso in cui “una democrazia elegge chi non crede nella democrazia”, mediante “un sistema complesso, espresso con un corpo di regole primarie, fondamentali, che stabiliscono chi è autorizzato a prendere decisioni, entro quali limiti e con quali procedure”). E concordo in pieno con la tesi centrale: questo è momento tutt’altro che utile ad un “ritocco” della Costituzione.

         Tuttavia nelle motivazioni dell’autrice, trovo più d’un motivo di difficoltà e di malinconia.

         Diamo pure per probabile che l’attuale Presidente del Consiglio – che spinge da tempo per delle riforme costituzionali – abbia un’idea di Costituzione “indebolita nelle sue istituzioni rappresentative e in quelle di garanzia”, e che questa idea sia simile alla sua “idea di partito (estraneo a qualunque forma di organizzazione democratica)”. Diamo per probabile che “per lui la democrazia consista nella facoltà, per il popolo, di scegliersi l’ Egocrate, il dittatore mediatico, dopo aver ascoltato da lui quel che ‘si pensa di voler sentire’, così come rilevato dalle tecniche del marketing”.

             Il lato più triste dell’analisi, comunque, mi pare contenuto in certe proposizioni, che in realtà costituirebbero le migliori (o meglio le peggiori) risposte agli stessi quesiti che l’Autrice propone. Leggiamo infatti: “…è la Costituzione che assicura che non venga contrabbandato per governo di popolo quel che non lo è”; e più in là: “Vogliamo intenderci con tutti i cittadini (corsivo mio) su cos’è una democrazia liberale e rappresentativa, prima di toccare la Costituzione?”.

         Col primo assunto, entriamo nell’area pericolosa dei grandi Astratti. Una Costituzione scritta dal “popolo” (e questa, direbbe Pasolini, è già un’astrazione) del 1946 può non essere più consona e gradita agli Italiani del 2010, che sono – biologicamente e mentalmente – un’altro popolo. Ed è forse bene che io dica che personalmente sono platonicamente amico delle astrazioni e persino degli Assoluti (cosa assai fuori moda). Ma in questo tema preferisco fare l’avvocato del diavolo, e prevedere le obbiezioni che possono sempre venire da quella fangosa corrente del relativismo e del Pensiero Debole che gronda – ad esempio – da certi talk show con la Parietti e compagni.

         Del resto, che gli astratti siano comunque pericolosi lo dimostra proprio il fatto che, nella Storia, se ne sono spesso appropriati i nemici della democrazia. I franchisti insorsero contro la repubblica democratica di Spagna, in nome della “Volontà Nazionale”, la quale, evidentemente, non si identificava con la maggioranza dei voti espressi alle elezioni. Il “governo del popolo” , citato nella suddetta frase di Cinzia Dato, rischia di avere la stessa dubbia e aleatoria funzione, poiché l’autrice, ovviamente, nega che esso possa identificarsi con la attuale maggioranza dei voti, che può essere transitoria e che, quindi, deve essere “corretta”, a volte addirittura contraddetta da una Norma che stabilisca, appunto, il “vero” governo del popolo. Quanto poi all’intendersi “con tutti i cittadini” su cosa sia una democrazia…” magari fosse possibile!

         Avendo la fortuna di conoscere Cinzia Dato personalmente, non ho alcuna difficoltà a credere che ella sia persona onesta come poche, e come poche sinceramente fiduciosa negli ideali democratici. Ma l’umanità che osservo da troppi decenni e le riflessioni che ne inferisco, mi rendono meno ottimista.

         I cittadini, cara Cinzia, non sono quelli disegnati nelle idealizzazioni di David. Il cittadino – il popolo sovrano – è quello che, appunto, viene oramai formato dai talk show del pomeriggio, in cui basta affermare una sciocchezza un centinaio di volte affinché la “ggente” cominci a sentire che è cosa buona e giusta. I cittadini sono quelli che bocciano un sindaco che tiene all’estetica del loro borgo e lo sostituiscono con chi promette loro di lasciarli liberi di mettere persiane dorate sui palazzetti del ‘400.

         Sfiducia nella democrazia, la mia? Se così fosse mi legherei ad una folta schiera di grandi filosofi che – fino al Novecento – furono tutti antidemocratici con la spontaneità di chi sente che questo è quasi un dovere degli intelletti elevati.

         Ma poiché amo le verità spietate, mi limito a constatare che anche la democrazia ha fallito. Le sue promesse, così come furono formulate da certi arditi pensatori del ‘700 e del ’800 (Tocqueville in primis, che la Dato cita indirettamente) non sono state mantenute. Da Robespierre in poi, si disse che la democrazia avrebbe annientato la corruzione. Si è centuplicata. Che avrebbe fatto sparire l’istinto di sopraffazione e la sete di potere …hai voglia! Che avrebbe sradicato la tirannia: se prima c’era un tiranno oggi ce ne sono migliaia; tanti banali consiglieri comunali di provincia cedono alla tentazione di ricattare qualcuno con la propria possibilità di arrecargli fastidi… “Il Popolo Giudice farà piazza pulita di tutti i vizi!”, gridavano i Giacobini a me tanto cari. Ahimé, quel popolo, i vizi, a volte li tollera di buon grado, a volte li ammira, spesso ci si riconosce.

         Non è cambiato lo spirito dell’uomo. E quindi non cambiano i risultati, quale che sia la forma di governo che si sceglie.

         Del resto tutte le epoche hanno creduto di aver raggiunto la miglior forma politica possibile, ma poi si è dovuto andare oltre. Perché la nostra epoca dovrebbe fare eccezione?

         Ci diciamo un’altra verità spietata? Quanti politici, alla democrazia, credono veramente? Mostrano di non crederci ogni volta che – anziché cercare il consenso facendo “bene” – cercano di conquistare “territorio” piazzando nei posti chiave i propri luogotenenti, con tutta la marea di sprechi (contratti, consulenze, assemblee inutili…) che si producono, nella periferia come al centro. Mostrano di non crederci ogni volta che, ammiccanti, discutono delle forme migliori per attirare voti: e studiano le frasi, le verità da celare, le bugie da ventilare; spesso con un linguaggio beffardo che la dice lunga su quanto poco rispettino e onorino i cittadini che essi invitano a votarli, talché si potrebbe dire – a sentir loro – che “la democrazia  è l’arte di infinocchiare il popolo”. Mostrano di non crederci, ogni volta che fanno promesse che non possono mantenere: sanno che i cittadini non li voterebbero se prospettassero sgradevoli verità. Mostrano di non crederci quando rincorrono – ormai con discreto grado di scientificità – il potere dell’immagine: sanno che l’uomo del Bar dello Sport è più pronto a votare per un bello sguardo che per un’ onesta e retta carriera, o per delle idee coerenti. E , naturalmente, mostrano di non crederci, quando ricorrono al marketing, come la Dato nota. Perché non cercano più di istruire il popolo su verità più alte, per convincerlo a certi progressi: si limitano a sapere ciò che già diffusamente si pensa, per ricalcare il pensiero diffuso e trarne consensi. Magari mentendo, persino a se stessi.

             L’esplodere della civiltà mediatica, che Cinzia Dato affronta solo en passant  nel suo articolo, è in realtà il fenomeno rivelatore di un’era intera che – a mio avviso – si avvia alla conclusione: i grandi mezzi di comunicazione non fanno “formazione”; si adeguano semplicemente a leggi di mercato, e – casomai – cercano di indirizzare il pensiero verso gli “acquisti”. Acquisti di manufatti, come di idee. E qui le mie constatazioni si fanno cupe, perché io ricordo la mia adolescenza, quando nei dibattiti televisivi parlavano filosofi come Sergio Cotta, politologi come Lelio Basso, storici come Carlo Jemolo e Gaetano Arfé,  testimoni epici come Terracini o Nenni, scienziati come Medi, e tutta una serie di cervelloni che avevano allora il compito di “formare” la conoscenza degli Italiani. Oggi, la dilatazione infame della quantità del prodotto televisivo, e l’allungamento totalizzante della sua emissione, forzano le televisioni – impazzite per la corsa alla concorrenza – a riempire ogni singolo buco temporale. Ne segue che la “formazione” delle menti è affidata a personaggi – sempre gli stessi – di nessuna o di scarsissima competenza: attrici fallite, direttrici di giornali scandalistici, stilisti eccentrici, musicanti ignoranti, e via intristendo. E, ci piaccia o meno, queste persone riescono a “convincere” chi ascolta di una serie di sciocchezze e di superficialità. Nel caso migliore inducono alla fuga dall’osservazione (e quindi dal confronto) gli elementi intellettualmente e culturalmente più dotati.

         Intanto, gli stessi partiti (non solo quello di Berlusconi) diventano neutri contenitori per gruppi di potere, non più fucine delle idee (si legga il mio articolo “Il Nulla come collante”, sull’Avanti del 25 aprile 2009 o sul blog http://www.difesadellalingua.wordpress.com).  E in essi la dissidenza viene isolata e penalizzata. Il fenomeno era già stato analizzato da Raymond Aron nell’America degli anni ’60. Ora si sviluppa nell’ Europa, da sempre più ferrata e quindi “rigida” in cultura politica e storica.

         Non a caso, Cinzia Dato cita Madison, che “giudicava irragionevole dare potere al popolo privandolo dell’informazione…” Quell’ informazione, il “popolo” non l’ha mai veramente voluta o potuta avere. Non a caso, tutti noi abbiamo spesso veduto eleggere a furor di popolo anche degli autentici farabutti o degli ignorantoni patentati.

         Di che stupirci? Lo stesso Rousseau, che fu uno dei profeti della democrazia moderna, concluse il suo Contrat con la desolante sentenza, che la democrazia era buona…  “per un popolo di dei”.

         E Churchill, che pure mai vi avrebbe rinunciato, la lapidò con la cinica frase: “E’ quel sistema che funziona quando le idee di pochi favoriscono gli interessi dei pochi che contano”.

Sergio Sammartino da “Spazio LibLab”, marzo 2010

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1 commento »

  1. Di Nunzio Angiolina said

    Hai descritto benissimo la società post-moderna nella quale viviamo da circa dieci anni.

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