Il concetto di “karma” nella cultura occidentale

 

 

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         Il vocabolo “karma” viene dal Sanscrito, o forse, più esattamente dall’antica lingua arya dalla quale sia il Sanscrito che le altre lingue indoeuropee sono derivate. Il Sanscrito, essendo la lingua classica dell’India (ciò che per l’Europa è il Latino), ha conservato intatto questo vocabolo arcaico, che comunque oggi si diffonde notevolmente anche nel linguaggio artistico e filosofico dell’Occidente, come mostrano pure alcune opere cinematografiche degli ultimi vent’anni.

 

         Il significato letterale del termine è “azione”. Si intende per karma qualunque azione umana, ma anche (e questo sembra sfuggire ai più) azione da parte del Cosmo. Si parte dal concetto che il Cosmo sia un’ unità, e per giunta un’ unità pensante. Per questo, più latamente, l’espressione “karma” è spesso utilizzata per indicare un sistema infallibile di equilibrio delle energie, per cui “ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria” (come cita il famoso 3° principio della dinamica) secondo una legge inesorabile di causa-effetto.

 

         Il concetto di unità cosmica è antichissimo. La stessa parola Universo (unum-versum) significa “l’uno manifesto”. Agli albori dell’epoca filosofica, quando si comincia ad opporre il pensiero razionale all’autorità del Mito, si riscontra una ricerca fondamentale del concetto di “Tutto”. Si va alla ricerca di una verità evidente che – per ciò stesso – deve valere per la totalità di ciò che esiste. E questa totalità contenendo ogni cosa, si sviluppa la certezza che tutte le cose devono avere in sé qualcosa che le apparenti, che denunci la loro origine comune, il loro essere espresse dallo stesso Tutto. La scienza odierna conferma sempre più questa concezione, non solo con la vecchia teoria del  Big-bang (in base alla quale ogni cosa si originerebbe da un’unica massa originaria super concentrata) ma anche con le più recenti teorie che individuano il famoso quinto campo, o campo unificato, descritto come una sorta di “nulla” creativo, una non-essenza da cui tutto si origina…..

         Questo campo, per giunta, pensa. E’ intuizione antica che il pensiero non può essere solo umano: che sia anch’esso figlio del Cosmo. Così come le nostre componenti fisiche sono tutte originate nella Terra, allo stesso modo le nostre componenti mentali devono essere della Terra e nella Terra prima ancora che l’Uomo sorga. In realtà l’uomo pensa perché è figlio del Cosmo, che pensa. Il “figlio”, si comporta come il “Padre”. L’entità derivata ricalca i modi dell’entità originaria e originante. E’ un’idea recuperata dalla scienza recente. Ne diremo meglio tra breve.

 

         Da questo concetto dell’unità cosmica deriva la Sentenza Somma, quella che sintetizza la verità fondamentale, quella che riassume in una brevità incredibile l’intera massa di tutti i testi sacri e di tutte le filosofie più profonde: “Tutto è Uno. Dunque tutto ciò che fai lo fai a te stesso. Tutto ciò che proietti all’esterno – di bene o di male – prima o poi ti torna addosso.” Tutte le grandi religioni e la grandi tradizioni filosofiche, lo ripetiamo, si sviluppano unicamente su questa verità fondamentale; tutto l’enorme portato di pagine scritte, e di discorsi detti nel solco di tradizioni e di dottrine millenarie, serve soltanto a dimostrare, a discettare, a difendere questa unica verità – base. Tutti i decaloghi e tutti i discorsi etici non fanno altro che sviluppare quest’unico concetto. Variano le simbologie con cui il concetto viene espresso, variano le coordinate rituali e mitologiche, che dipendono dal contesto culturale in cui quest’idea viene espressa e comunicata, ma si tratta pur sempre della stessa idea. Una certa tradizione filosofico-religiosa parlerà di Purgatorio, e anche di Inferno e Paradiso; un’altra parlerà di mille vite da trascorrere sulla Terra, in un cieco vortice senza memoria e senza senso; l’idea è comunque la stessa.

 

         Un’utile definizione di karma nel mondo accademico attuale mi pare sia quella di Michel Hulin, della Sorbona di Parigi che definisce il karma: “L’idea per cui i nostri atti ci seguono”. I nostri atti (non solo gli atti materiali, ma anche quelli psichici: le parole, i pensieri, le intenzioni, i desideri…) si suppone lascino come una scia dietro di loro. Nessun atto, nessuna intenzione, per minima che sia, va “perduta”. L’atto, una volta compiuto, e la parola, una volta detta, hanno un effetto non solo meccanico, evidente, ma anche energetico e psichico, ossia sommuovono delle energie non immediatamente evidenti. Il loro autore ne subisce un contraccolpo. Io compio un atto: non solo ne deriverò le conseguenze sul piano fisico-meccanico, nel senso che indurrò nella realtà un corso di circostanza che potrei anche non essere in grado di controllare (e questa è un’idea largamente condivisa nella cultura di massa dell’Occidente), ma il mio psichismo stesso è come modificato dagli atti che compio;  in quanto si suppone che gli atti lascino come una traccia nella psiche, e la nostra psiche – che noi lo si sappia o no – si rapporta e si confronta con quella dell’Universo. Ora, se la mia psiche non rispecchia l’Unità perfettamente,  se cioè non rispecchia la Verità dell’Essere, essa va corretta,  affinché sia perfettamente unita all’Essere originario di cui essa è una delle mille espressioni.

 

         In questo senso il karma traduce il concetto di Destino, secondo una terza, mediana modalità, rispetto alle due più diffuse nella cultura popolare dell’Occidente. La maggior parte degli occidentali si divide tra quelli che sentono il destino come frutto immediato delle proprie azioni e quelli che lo sentono come forza oscura e sovrastante (siano essi religiosi nel senso pieno del termine o meno). In pratica, alcuni dicono: “Ogni uomo è autore del suo destino” (lo fa dire Cervantes al suo Cavaliere della Trista Figura: “Cada uno es hijo de sus obras”), ma con ciò intendono il destino semplicemente come la costruzione immediata ed evidente delle occasioni che sappiamo crearci e sfruttare, per cui, ad esempio, se abbiamo successo o meno nella carriera o nella salute, ciò dipende immediatamente da come ci comportiamo nel corso dei giorni, dall’energia che sappiamo profondere, dall’attenzione con cui agiamo, dalla tenacia o dall’arrendevolezza con cui affrontiamo le difficoltà, e così via. E questo potremmo definirlo il concetto laico-meccanicista di destino. L’altro potremmo definirlo il concetto fatalista-superstizioso: è quello di coloro che credono ad una forza sovrastante e oscura che decide ciò che ci deve accadere in base a misteriosi imperscrutabili disegni. Il concetto di karma si mette a metà strada: noi siamo effettivamente gli autori delle circostanze che incontriamo, ma poiché lo siamo spesso inconsapevolmente, e poiché spesso non abbiamo la possibilità di ricordare i “semi” degli eventi che abbiamo seminato, di fatto poi, quegli eventi ci arrivano addosso come se ce li mettesse sul cammino un’entità estranea e sovrana del tutto indipendente da noi.

 

          Trascurando volutamente la cultura orientale – indiana in specie – notoriamente pregna del concetto di karma, dobbiamo dire che esso è ben presente anche nella cultura occidentale. Già tra i primi filosofi greci, troviamo in Anassimandro un concetto sottilissimo di “colpa originaria”, in base al quale ogni entità singola, per il fatto stesso di esistere (ex- sistere) sarebbe colpevole di aver rotto un equilibrio originario, la stessa esistenza sarebbe frutto di prevaricazione ed esigerebbe una sanzione riequilibrante. Da ciò il lento morire di tutte le cose individualizzabili e la loro sparizione definitiva che è ritorno all’apeiron,  processo che ricolmerebbe l’equilibrio rotto. Abbiamo già qui il concetto di un rapporto tra l’individuo e la connaturata sofferenza che spetta per natura alla sua finitudine, rapportata ad un equilibrio maiuscolo che non deve essere rotto, altrimenti si rivolge contro l’individuo stesso.

 

         Incontriamo poi Empedocle, il quale consiglia all’uomo di mettersi sempre dalla parte della forza positiva che agisce nel Cosmo, dalla parte della Coesione e non della Contesa, della costruzione e non della de-costruzione. Dalla sua filosofia si può dedurre una meravigliosa sentenza: “L’uomo saggio non disturba neppure la pietra”. Già in Empedocle troviamo il concetto che infastidire i processi della Vita, vuol dire far sì che la Vita si metta contro di noi. Aiutare i processi della Vita significa che la Vita ci riconosce e ci protegge, percependoci come elementi di ausilio ai propri sforzi. C’è già il concetto di Cosmo cosciente e auto-organizzantesi.

 

         Naturalmente l’apice dell’idea di karma la troviamo in Pitagora e ancor più chiaramente in Platone e Plotino. In tutti questi filosofi il concetto di karma si lega a quello di metempsicosi. In effetti questa non è una necessità dialettica. Si può concepire il karma anche senza supporre che si debba in qualche modo tornare sulla Terra, ipotizzando che il frutto delle nostre azioni ci segua in altre dimensioni, diverse da questa. E’ vero per contro che integrare il karma con la reincarmazione ci permette di spiegarci molto più facilmente la vicenda di questo mondo, le sue sperequazioni, le differenze obiettive di possibilità con cui gli uomini nascono in questo mondo. Certamente l’assenza di questa concezione nella cultura di massa ha permesso in Occidente lo sviluppo di certe correnti culturali che potremmo definire “della bestemmia” e “dell’invidia”, radicate in una sorta di paradossale protesta contro l’idea di un Dio che si percepisce come ingiusto e capriccioso.

 

         Nella cultura giudaico-cristiana, la Bibbia esprime spessissimo il concetto di karma. Per tirannia di spazio ci limiteremo a citare pochi esempi, trascurandone altri cento.

 

         Leggiamo in Genesi (cap.42, versi 21-23): “Si dicevano l’un l’altro: ‘ Sì, noi stiamo espiando quello che abbiamo fatto al nostro fratello: noi vedemmo l’angoscia dell’anima sua quando ci supplicava, e non l’abbiamo ascoltato; ecco la ragione per cui è venuta su di noi questa sventura ’. E Ruben disse loro: ‘Non vi dicevo io: non commettete questo peccato contro il fanciullo? Ma voi non voleste ascoltarmi. Ora, ecco, ci viene ridomandato il sangue che abbiamo versato.”

 

         Nel Deuteronomio (11, 16-18): “Vigilate su voi stessi affinché non sia sedotto il vostro cuore; e non vi lasciate trascinare a servire dèi stranieri  e ad adorarli; perché l’ira del Signore si accenderebbe contro di voi ed egli chiuderebbe il cielo, sì che non cada pioggia e la terra non dia più i suoi prodotti, e voi periate ben presto, scomparendo dal buon paese che il Signore vuol darvi”.

 

         Nel salmo 107 (33-35) si legge: “Aveva cambiato i fiumi in deserto, le fonti dell’acqua in arida steppa, e l a terra fruttifera in salmastra, per la malvagità degli abitanti”. E nel salmo 90 (8-10) : “Hai posto innanzi a te le nostre colpe…scorrono i nostri giorni sotto la tua ira…i nostri giorni arrivano a 70 anni… ma il più di essi è miseria e sospiro”.

 

         Per quanto riguarda il Nuovo Testamento, va citato anzitutto l’episodio del paralitico che attribuisce la propria disgrazia ai propri peccati. Gli dice il Cristo (Matteo, 5, 21-25) : “ Confida, figliolo, ti sono rimessi (o perdonati) i tuoi peccati”. E solo dopo questa sentenza (che scatena il mormorio indignato degli scribi presenti) , egli aggiunge : “Alzati e cammina”.  Insomma, il Cristo “assolve il karma” del paralitico, lo libera da quel debito in base al quale quella triste condizione gli era arrivata addosso. Sarebbe interessante sapere in quali casi il karma può essere rimesso e da chi.

   

         Ancora nel Nuovo Testamento è assai interessante il passo del paralitico della piscina di Betesda, tratto da Giovanni (5, 14), e – sempre da Giovanni (cap. 9) – quello del cieco nato. Nel primo passo troviamo queste parole del Cristo: “ Ecco, sei guarito; non peccare più, affinché non ti accada di peggio”.  Nell’altro – piuttosto famoso per le dispute che ha generato tra teologi e teosofi – i discepoli domandano: “Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché nascesse cieco?” (qui i discepoli di Gesù mostrano chiaramente di considerare serenamente l’ipotesi del peccato commesso prima della nascita e cioè in una vita precedente, avvalorando la tesi di una certe diffusione dell’idea reincarnazionista anche nella Giudea del tempo).

 

         La Bibbia, ovviamente espone anche passi in cui si esemplifica il karma positivo e favorevole. Leggiamo nel Deuteronomio (14, 28 segg.): “ Alla fine di ogni terzo anno, prendi tutte le decime del prodotto e riponile entro le mura; poi venga il levita e il forestiero e l’orfano e la vedova…e mangino e si sazino. Così il Signore Iddio tuo ti benedirà in ogni opera che le tue mani intraprenderanno”.  Sullo stesso tono, ma ancor più solenne, è il passo di Malachia (3, 10 segg.): “Portate tutte le decime al tesoro del tempio, dice il Signore, così che vi sia cibo nella mia casa; poi mettetemi pure alla prova, e vedrete se io non saprò aprirvi le cateratte del cielo e spandere sopra di voi le benedizioni e l’abbondanza. Reprimerò il divoratore, ché non vi guasti i frutti della terra, né resti sterile la vostra vite nel campo…”

 

          E il salmo 91: “Dicendo: ‘Mio rifugio è il Signore ’, hai costituito l’Eccelso a tua difesa, non ti accadrà male alcuno, né giungerà flagello alla tua tenda, ché per te Egli ha dato ordine ai suoi Angeli di custodirti ad ogni tuo passo… affinché il tuo piede non urti nei sassi. Camminerai sull’aspide e sulla vipera, calpesterai il leoncello e il drago… Ti innalzerò perché onori il mio nome… sarò presso di te nella tribolazione.”

 

          Naturalmente non dimentichiamo la famosissima frase del Cristo: “Cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte le altre cose vi saranno date in aggiunta” (Matteo, 6, 33). Qui si fa netto riferimento al concetto di dharma, che è strettamente connesso a quello di karma. Dharma si può tradurre con “codice di rettitudine”; e qui il Cristo assicura i suoi seguaci che chi veramente segue il proprio codice di rettitudine, avrà un karma facile e sereno.

 

         Ora, uscendo dall’area prettamente religiosa, vediamo se e quanto questa dottrina del karma può sembrare vera all’uomo del terzo millennio, o se invece essa può essere licenziata come un inutile fardello della superstizione arcaica.

 

         A livello di psicologia, abbiamo un interessante sviluppo di pensiero nell’area junghiana, incentrato sul concetto di “sincronicità”. Alcuni allievi di Jung si avvidero che tra coloro che avevano subito degli incidenti e si erano danneggiati fisicamente, una buona percentuale di essi rivelò sotto ipnosi l’inconscio desiderio di punirsi di qualche colpa. A volte si notava che le loro percezioni periferiche li avevano comunque avvertiti del pericolo imminente, ma essi avevano – per così dire – ingannato se stessi, avevano “fatto finta” nei confronti di se stessi di non aver visto il pericolo e ci erano andati dentro. Il concetto viene ribadito dallo scienziato Milan Rytzl  (uno dei massimi studiosi dei fenomeni parapsicologici del secolo XX), il quale ci parla dell’ESP autopunitiva. Si tratta di percezioni effettivamente ricevute, ma utilizzate in senso inverso ai propri apparenti, immediati interessi. E aggiungiamo le interessantissime riflessioni di Joseph Murphy – chimico, psicologo e teologo canadese tanto noto all’estero quanto ignorato in Italia – il quale così argomenta nel suo testo fondamentale – “Il Subcosciente” –  uscito in versione inglese già alla fine degli anni ’50:  “Quando noi invidiamo qualcuno perché è ricco, noi trasmettiamo al nostro subcosciente il messaggio che la ricchezza è male. Ed esso, che è un’energia potentissima ma incapace di discernimento (questo lavoro spetta infatti alla mente superiore) comincia ad eseguire quello che prende per un ordine: quindi ci porta ad evitare tutte le occasioni di incontrare una possibilità di guadagno, e ci spinge a tutti gli investimenti negativi e a tutte le perdite che sia possibile incontrare”.  La stessa idea sulla parte inconscia della nostra psiche troviamo nella filosofa venezuelana Conny Mendez: “Il subcosciente non discerne; questa non è la sua funzione. Esso non ha il potere di protestare. Non ha una volontà propria. Non ha senso dell’umorismo. Non sa se l’ordine che gli abbiamo dato è uno scherzo o è cosa seria. La sua funzione consiste, anzitutto nell’immagazzinare immagini mentali, poi di lanciarle all’esterno, in forma di circostanze, occasioni, disposizioni mentali ed anche fisiche che viviamo di volta in volta”. Anche la Mendez da per certo che il subcosciente ha non soltanto il potere di influenzare lo stato fisico (idea ormai molto diffusa anche presso i medici nostrani) ma anche le situazioni “esterne” della nostra esistenza, supponendo che la nostra psiche sia una sorta di magnete che attira, per così dire, circostanze            “dello stesso colore” in cui si trova in un dato periodo. Ora, i nostri pensieri, le nostre parole, i nostri atti determinano – insistendo nella metafora – il “colore” della nostra mente: se siamo continuamente aggressivi, il nostro subcosciente registra il “comando” di organizzare la vita come una lotta continua, un perenne scontro con gli altri; ed ecco che ci troviamo ad incontrare gente aggressiva quanto noi e così “paghiamo il nostro debito”. Il filosofo Sergio Cotta diceva che la prima punizione del mafioso consiste nell’autocostrizione a vivere accanto ad altri mafiosi. 

         Questa strutturazione del nostro destino si basa su quello che la già citata Mendez chiama “Principio del Mentalismo”, secondo il quale l’intero universo sarebbe una grande mente. A questo principio corrisponde quella che sempre la Mendez chiama “legge del ritmo”, che ella così descrive: “La legge del ritmo (‘Non far a ad altri ciò che non vorresti fosse fatto a te ’) è un buon boomerang e non perdona: ciò che fai ad altri si sviluppa e lo faranno a te. Se desideri il male di un altro, accadrà a te lo stesso male. Se calunni, altri ti calunnieranno; se benedici un altro, incontrerai chi ti benedice; se dai aiuto ad un altro troverai aiuto quando meno te l’aspetti…Il ritmo è un pendolo…” Aggiungiamo un’espressione di Carolina Brauer: “Tutte le energie che inviate verso gli altri sono come fotocopie: attenzione, l’originale resta dentro di voi”.

 

         Circa i rapporti tra mente umana e Cosmo, dobbiamo citare inevitabilmente Carlo Rubbia, premio Nobel per la fisica, il quale circa venti anni fa, definì le particelle subatomiche “tendenze mentali”. E alla domanda su che rapporto potesse esservi tra la scienza e Dio, rispose : “In verità, più studiamo più troviamo le tracce di un ordine preciso in ogni fenomeno e una sorta di coordinamento tra fenomeni anche apparentemente molto distanti”. Oggi sappiamo ad esempio che la funzione dei neutrini è quella di trasportare l’informazione da un punto all’altro dell’Universo, per cui è lecito supporre la conferma al sospetto di Giordano Bruno e di Leibniz : “Tutto è in tutto”, in ogni singola piccola componente del Cosmo c’è l’informazione del Cosmo intero.  Ciò ci ricorda l’assunto ermetico: “Ciò che sta in alto sta pure in basso, così come è sopra è di sotto”… il quale riecheggia nelle parole del Padre Nostro: “Come in cielo, così in terra”.

 

           Non solo, scienziati come Peter Russel e Rupert Sheldrake parlano di “general brain”, letteralmente “cervello globale” (ma sarebbe meglio tradurre “mente globale”, giacché il cervello è un organo fisico e non si è mai individuato un aspetto fisico dell’universo che possa fungere da cervello). Sheldrake in specie, approfondisce il rapporto che sussiste tra mente e cervello (già il vecchio Eccles lo aveva suggerito) asserendo l’impossibilità di spiegare la consapevolezza attraverso il funzionamento meccanico del cervello, il quale – secondo il famoso biologo – non spiega neppure la stessa interpretazione dell’immagine (essa dovrebbe stare dentro al cervello, se davvero fosse quest’ultimo a decifrarla). Da qui una complessa teoria che sostiene la infinita superiorità dimensionale della mente rispetto al cervello, per cui la mente nostra si collegherebbe continuamente con la mente di altri soggetti e col “general brain”.  Questa verità era stata presentito già da Kant col concetto di “Io penso”. Il filosofo tedesco già diceva che ognuno utilizza una sorta di mente generale, per cui nessuno dovrebbe dire “io ho una mente”, bensì “io uso la Mente”. Questo assunto venne poi esteso fondamentalmente da Hegel con la definizione di Idea o Ragione Universale, e verrà poi reso sperimentale da Jung, il quale formulò la definizione di “inconscio collettivo”, che fu poi “estremizzato” dal suo seguace “Matte Blanco” col concetto di “inconscio universale”.

 

          Aggiungiamo che la stessa idea di universo si è enormemente dilatata negli ultimi 30 anni: già la teoria della “Grande Unificazione” arrivava a prevedere l’esistenza di ben 11 dimensioni; oggi scienziati eminenti come Emilio Segre affermano tranquillamente l’esistenza di universi molteplici e paralleli. E la recente teoria delle stringhe suggerisce la possibilità che essi siano sottilmente collegati tra loro. Ora, questi universi paralleli potrebbero essere il “luogo” ove si continua ad elaborare il karma quando il corpo fisico è decomposto. Non sono idee fantasiose: uno scienziato come Ronald Pickover afferma che: “Nulla ci vieta di pensare che nelle dimensioni ulteriori possano sussistere esseri del tutto simili agli angeli e ai dèmoni della tradizione biblica”.  Qui dobbiamo onorare il vecchio Milan Ryzl il quale già ai primi anni 70 suggeriva l’ipotesi che i fenomeni paranormali che sperimentiamo sulla Terra dipendano dal misterioso collegamento della nostra mente con dimensioni diverse in cui il tempo e lo spazio si stendono in modo differente e diacronico rispetto a quelli terrestri. Tra l’altro Ryzl, che si definiva ateo, attribuiva a queste “dimensioni diverse” l’intero contenuto delle attribuzioni che la tradizione religiosa assegnava all’idea di divinità.

 

          Nell’ambito della biologia, poi, ci viene un’ immensa apertura di visuale dagli studi sul DNA. Oggi sappiamo che nel nostro DNA c’è una parte che abbiamo in comune con tutti gli esseri viventi (piante comprese); poi c’è una parte che abbiamo in comune solo con gli animali; poi c’è una parte che abbiamo in comune con la sola umanità; poi c’è una parte che abbiamo in comune con la nostra stirpe soltanto; infine c’è una parte che è solo nostra, e determina la nostra individualità irripetibile. In breve il nostro stesso organismo denuncia la parentela, la fratellanza tra il singolo e il Tutto. Almeno per quanto riguarda la Terra.

         Possiamo a questo collegare un’ ultima riflessione sui mali del corpo: da una parte è vero che la mente ha influenza sul corpo, dall’altra il corpo sembra avere una sua vita autonoma e quasi giudicare i moti della mente. Schopenhauer, nell’individuare il noumeno, l’essenza del corpo, nella volontà, affermava che il nucleo dell’individuo è una volontà che si serve del corpo. Gli impulsi della volontà si traducono in atto corporeo solo quando sono  veritieri. Se io suggerisco un falso comando alla mia gamba, essa non si muove meccanicamente: intende che il comando è falso. Ciò vuol dire che il nostro corpo sa distinguere se la mente mente o dice il vero. Da qui un affascinante insegnamento di Sai Baba che cita quest’esempio: “Se avete un rapporto sessuale adultero, il vostro corpo sa che la donna che incontra in quel momento non è quella che gli era stata legata con un sacramento (un atto magico, di affermazione dell’energia): ciò produce una sorta di confusione nel corpo energetico dell’organismo stesso, un disordine nell’assetto dei chakra; da qui la possibilità che più facilmente si stabiliscano degli squilibri e quindi delle malattie”.  Il discorso si può estendere fino ad assumere una dimensione totalizzante: ogni volta che spingiamo il nostro corpo ad azioni non veritiere (ossia ad azioni che contraddicono la verità fondamentale del Cosmo e delle sue leggi) noi creiamo degli squilibri energetici che si traducono in malattie. Il che è come dire: ogni “peccato” facilita il disagio corporeo.

 

         Io credo che se il meccanismo inesorabile del karma venisse conosciuto e compreso dalla maggioranza della popolazione mondiale, il livello di azioni negative si abbasserebbe drasticamente, e salirebbe di conseguenza la qualità globale della vita sul pianeta. Chi capisce che non semina felicità per se stesso se la sottrae agli altri, sarà spontaneamente portato a comportarsi in modo veritiero ed onesto in ogni luogo e in ogni momento. Mi sembra che – assai più della minaccia di un Purgatorio o di un Inferno mitico – che oggi appare a molti poco più che un’invenzione poetica – la consapevolezza di dover subire esattamente il danno che si apporta scoraggerebbe molti dall’operare il male. Pensiamo a come sarebbe più ordinato e sicuro il mondo se se tutti – insegnanti, giudici, commercianti, politici – “ingerissero” e assimilassero questa antica eppur modernissima verità!

         Il problema sta proprio nel fatto che molti non “vedono” il legame tra le proprie azioni e gli eventi che accadono loro, sia perché nessuno ce li ha mai abituati, sia perché la legge del karma – pervadendo l’intero Universo – ha movimenti molto più ampi e quindi più lenti di quelli umani. Così, in assenza di immediatezza, il legame causa-effetto sfugge alla mente umana. Così, ad esempio, l’amministratore disonesto non vede un legame tra i denari che ha rubato e l’incendio della sua cucina che gli è costato un patrimonio, costringendolo – si badi – a restituire al Mondo (attraverso gli imbianchini, i falegnami, gli elettricisti che ha dovuto pagare) le somme di cui s’era appropriato ingiustamente. Quello che – pagando le prostitute -incoraggia un pauroso mercato di carne umana non vede il nesso tra questo suo uso del denaro e l’ingiusta accusa che lo coinvolge in una vicenda di tribunale e induce l’autorità giudiziaria a bloccare il suo stipendio in banca per mesi.     

         Quello che calunnia gli altri non vede il nesso tra questa attività che distrugge l’immagine altrui, e la distruzione delle proprie cellule gastriche o epatiche…

 

        Veniamo ora al punto pratico: si può sfuggire al karma negativo? Si può evitare di pagare le conseguenze di azioni de-costruttive svolte prima di conoscere questi meccanismi? Alcuni dicono di no . Più di 20 anni fa Sai Baba fece un discorso in proposito. Ne isoliamo un  brano: “Alcuni di voi dicono che neppure Dio può liberarvi dal karma negativo assorbito nel passato e che, se avete seminato dolore, dovrete per forza soffrire. Evidentemente vi è stato insegnato da qualcuno. Ma io vi dico che, seppure una malattia è inevitabile, un buon medico può somministrare all’ammalato una dose di anestetico, in modo che il paziente possa passare attraverso il dolore, senza sentirlo. Può darsi che uno di voi sia seriamente ammalato. Ma questo non vi autorizza a disconoscere le infinite capacità del Medico Supremo.”  Notiamo che in questo brano il grande Maestro indiano si pone a metà strada tra la versione ottimistica in cui molti vorrebbero credere (cioè che il karma negativo può essere annullato facilmente) e la versione del pessimismo classico, soprattutto indiano  (che vorrebbe il karma negativo inesorabilmente radicato e inestirpabile). Si parla in effetti di “passare attraverso il dolore senza sentirlo” , non di passarla liscia evitando completamente il dolore che abbiamo seminato. E tuttavia, se pensiamo che in realtà ciò che ci fa soffrire è la coscienza di star male (tanto è vero che durante il sonno dimentichiamo tutti i nostri guai e non soffriamo) , dobbiamo capire che questo “anestetico” di cui parlava Sai Baba non è altro che quella “beatitudine” (in un articolo di dieci anni fa la definivo “gioia noumenica”) che ci viene dal contatto con l’assoluto e che in effetti attutisce il dolore di qualunque disagio. E’ questo lo stato che permise a tanti santi di portarsi addosso dei mali fisici spaventosi senza soffrirne veramente. Così il debito ci viene fatto pagare in modo indolore, magari “a rate”, con tanti piccoli mali piuttosto che con una sola tragica disgrazia.

       E aggiungo che – per quanto credo di aver capito – è anche possibile cancellare il karma negativo, diminuirne la portata fino al completo azzeramento nei casi di maggiore sforzo e di maggiore capacità. Intanto va compresa una bella verità: il karma non è un sistema di vendetta, ma di insegnamento. Se la lezione è appresa veramente non c’è bisogno di protrarla. 

 

       Le grandi scuole spirituali poi suggeriscono dei “mezzi” per facilitare e accelerare la risoluzione del karma.

       Potremmo anche dire che esiste una via occidentale (che si basa su un uso determinato del pensiero) e una via orientale (che si basa sul contenimento e sull’arresto del pensiero).

       La via occidentale la traccia Platone: rivolgete più spesso possibile l’intelletto alle cose superne e ne sarete in qualche modo assorbiti. Peraltro un concetto simile lo troviamo anche nella cultura indiana. Negli Yogasutra di Patanjali c’è il famoso assunto: “L’uomo diventa ciò che contempla”.

       E’ opinione comune che la concentrazione sulle bellezze dello spirito assuma la funzione di ripulitura del deposito negativo del subcosciente.

       A tal proposito si raccomanda la Lode: rivolgere spesso il pensiero e la parola a Dio, ringraziarlo per ogni cosa ed elevargli lode significa rivolgersi al Principio unitario di ogni cosa per risalire ad esso. Questo in qualche modo compensa le azioni decostruttive che ci hanno reso autori di menzogna e di dis-unità. Il prodotto più pratico che lo spiritualismo occidentale ha prodotto per questo è la giaculatoria, che è un breve concetto di lode ripetitivo e condensato in una formula. In campo indiano abbiamo qualcosa di simile nel “mantra” , che consiste più strettamente in una serie di suoni riferiti al divino, cioè al principio, ma più privi possibile di concetto. E’ diffusa nei centri spirituali indiani la sentenza: “ Il nome di Dio è come un fulmine che distrugge una montagna di peccati.”

 

       La via orientale ha prodotto, invece ciò che si chiama dyanam, e che è stato tradotto malamente con “meditazione”; traduzione meno erronea se aggiungiamo l’aggettivo “trascendentale”. Non si tratta infatti di un’elaborazione di pensiero, non di giudizi o di propositi che formuliamo con l’attività mentale, ma esattamente del contrario: è il tentativo di arrestare l’attività mentale. Perché? Perché, come intuirono Agostino e Pascal, il pensiero è sempre fuori dall’Essere, perché non è mai sostanziato di presente. Il pensare non è altro che anticipazione o ricordo: futuro o passato. Nel puro presente non si può pensare, si può solo essere. Simmetricamente, appena il pensiero è fermo coincidiamo veramente col presente, cioè con l’Essere. Non a caso si dice che la dimensione divina è un eterno presente. Perché la coscienza di Dio che è onnipervasiva non ha bisogno di anticipazione né di memoria. Il quel perfetto presente il nostro Ego si sfilaccia e sparisce, la costruzione mentale si sfalda come un grumo di nodi sciolti. Dunque il nostro ex-sistere, per un poco si rifonde nell’Essere, l’onda abbandona la sua individualità e rifluisce nell ‘Oceano. Questo è il miglior “sacrificio” che l’uomo possa fare. Questo frequente contatto con l’Unità annulla le mille azioni dis-unizzanti e de-costruttive che abbiamo compiuto, e quindi brucia il nostro karma in modo pressoché indolore.

 

        Naturalmente il rimedio supremo – che ingloba anche gli altri, sin qui descritti – è il famoso Amore. L’Amore è “percezione dell’unità necessaria”. Quando amiamo, quando gettiamo sugli altri questa energia di vibrazione massima, noi compensiamo montagne di atti e di pensieri de-costruttivi accumulati nel nostro corpo psichico.

 

       Naturalmente è necessario smettere di accumulare karma maligno evitando anche le mille azioni e pensieri che crediamo di nessun conto.

       Dobbiamo insomma stare molto attenti. A chi le chiedeva come risolvere i grandi problemi dell’esistenza, spesso Carolina Brauer si

 

 

divertiva a rispondere: “Attenzione”. Attenzione a cosa? – ribatteva l’interlocutore. E lei: “ Attenzione. Attenzione! Attenzione!!”.

 

 

 

Sergio Sammartino

 

(Conferenza alla Società Teosofica di Roma – 12 maggio 2007)

 

 

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  1. Ho trovato enormemente interessante questo tuo saggio, che mi ha riportato a riflessioni di filosofia globale che forse da un pò di tempo trascuro. Sai che il mio genuino interesse per il pensiero orientale (che in passato ho coltivato molto, praticando anche nella comunità zen di Scaramuccia), resta comunque parte inscindibile della mia quotidiana esistenza…
    Così come i numerosi agganci che tu fai tra Oriente e Occidente (e filosofia e scienza) non fanno che confermare l’esistenza di una verità di cui tutti facciamo parte.
    Grazie,
    Francesco Paolo

  2. Ottimo lavoro. Sei meglio di Wikipedia.
    Approfondito e interessante perchè spazia su 360°.
    E’ stato utile, mi ha chiarito dei particolari che non avevo capito.
    Potrebbe essere l’argomento di un buon libro.
    Grazie per l’impegno profuso per noi lettori e come prevede il Karma sarai ricompensato con un link specifico.
    Orfeo

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