Il Complesso Amerikano

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

Quando l’Italiano è affascinato dall’America

 

 

 

 

 

 

            Sarebbe bello, per uno psichiatra, analizzare la strana soggezione degli Italiani verso l’America.

            Mi capita di tanto in tanto, a Campobasso, dove insegno, di leggere gli inviti alle serate organizzate dagli studenti. Sono in Inglese: “Start at 9 p.m. neverending”.

           Ma perché?

           Se fossimo, che so, a Napoli, capirei: vorrebbe dire “dobbiamo farci capire dai marinai della NATO”. Se fossimo a Roma, capirei: vorrebbe dire “siamo pieni di turisti di ogni provenienza, la città è cosmopolita, vogliamo farci intendere anche dai nuovi arrivati che non sanno ancora l’Italiano”.

          Ma a Campobasso! Nella più sana e profonda provincia italiana!

          Da qualche anno, non solo le insegne dei negozi (questo era già iniziato negli anni ’60) ma addirittura i titoli dei film non si traducono più: si lasciano così come gli Americani li hanno concepiti. Un vecchio film tipo “Il codice Rebecca” oggi sicuramente si chiamerebbe “Rebecca code”; tanto è vero che la nuova versione del vecchio “La signora omicidi” si è intitolata “Ladykillers”. In un cinema multisala si proiettano 7 film: 6 hanno il titolo americano. Ora, ciò sarebbe logico se poi il film fosse proiettato in lingua originale coi sottotitoli, magari per favorire il nostro apprendimento della lingua inglese che è sempre più necessaria al mondo del lavoro. No: si tratta solo di un vezzo pubblicitario. Il film s’intitola “Suspect” invece che “Sospetto”, “Original sin” invece che “Peccato originale”, “Monna Lisa smile” invece che “Il sorriso della Gioconda” soltanto perché i pubblicitari italiani sono convinti che l’Inglese attira, “vende meglio”.  E questo è tragicamente vero. Siamo così tragicamente cretini, abbietti e desiderosi di qualche padrone, noi italiani, che abbiamo bisogno di una canzoncina americana nello spot di un prodotto italianissimo, per credere inconsciamente che quel prodotto sia buono; abbiamo bisogno che nelle nostre pubblicità ci sia qualche attore americano (da un po’ succede anche questo!). 

       E forse a subire questa fascinazione da complesso di inferiorità ci sono tanti di quelli che poi vanno in piazza a fare manifestazioni antiamericane. A proposito, come si chiamano quelli? Ah sì: “No global”. Sono talmente antiglobali che lo dicono nella lingua globalizzante per eccellenza. Sono talmente antiamericani che lo dicono in Americano. Una bella coerenza.

       Dall’altra parte c’è ancor più da ridere. Alla vigilia delle elezioni del 2001,  seguivo i discorsi di tutti i capipartito nazionali che vi capitavano. Alla volta di Fini, vidi in prima fila un tizio che innalzava un cartello su cui era scritto “welcome to Molise”. Perché? Mi domando perché! Informai il tizio che Fini è di Bologna, non del Texas.

      All’ultimo congresso di Alleanza Nazionale ( dico “Nazionale”) i delegati sfoggiavano un volantino per ciascuno; c’era scritto “I love Italy”. Bene! Amano talmente l’Italia che si guardano bene dal dirlo in Italiano. E dire che Azione Giovani (il movimento giovanile di AN) chiedeva il voto agli universitari con un manifesto che inneggiava alla “difesa dell’identità nazionale”.  Non c’è che dire: se la Nazione ha di questi difensori… non c’è bisogno di cercarle dei nemici!

 

 

                                                                                                                                Sergio Sammartino

(Da l’ “Avanti!”, prima pagina)

 

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