Teatro a Roma
Cari Amici,
due anni dopo il lusinghiero successo de “Il Metodo Galasso” – che provocò un mare di risate e molti articoli di giornale – la Compagnia “Teatro Comico degli Abruzzi”* torna a trovarvi a Roma con un’ altra mia commedia: “Ru chiuove alla scarpa” (Il chiodo nella scarpa).
La prima – al Teatro Italo Argentino di Agnone – ha sortito un ottimo effetto. Anche in questo caso le risate sono state tante e a perdifiato.
Vi aspettiamo tutti al Teatro Gianelli, DOTATATO DI ARIA CONDIZIONATA, in Via Gianelli (prolungamento di Via Pescara, fino a Via della Stazione Tuscolana), SABATO 13 GIUGNO, alle ore 18,00, per dimenticare gli affanni, per farci un po’ di buon sangue, per sorridere ai suoni strani da qualche frase dialettale.
Punti di vendita dei biglietti:
- Studio Prenestino : Via Prenestina, 176 tel. 06 2753127
- Largo Michele Unia, 12 tel. 06 78388831
- Via Baccarini, 16/C
orari: 9-13 / 15,30 – 20,30
A presto!
Sergio Sammartino
*Compagnia amatoriale (ma di alto livello!) formata da attori di Agnone (Isernia) e di Borrello (Chieti).
COMUNICATO STAMPA: Commedia “Ru chiuove alla scarpa” di Sergio Sammartino
Sabato 13 giugno, al Teatro Gianelli di Roma, debutterà la commedia brillante “Ru chiuove alla scarpa”, seconda opera comica di Sergio Sammartino, recitata dalla compagnia “Teatro Comico degli Abruzzi”, una delle compagnie stabili del Teatro Italo Argentino di Agnone, composta da attori delle province di Isernia e di Chieti.
Questo secondo lavoro di Sammartino era atteso dopo la lusinghiera accoglienza ricevuta da “Il Metodo Galasso”, recitata per la prima volta nel dicembre del 2006, e successivamente molto applaudita a Borrello, Campobasso, Roma, Castelmauro ecc., e gratificata anche dal plauso di illustri giornalisti e attori.
Anche in questo caso l’autore agnonese ha preso lo spunto iniziale da un’opera del francese Feydeau, cambiando poi lo sviluppo della storia, il numero e la tipologia dei personaggi e naturalmente i dialoghi, schiettamente ancorati nel meridione italiano e in quella zona montana tra l’Abruzzo e il Molise che – a detta dello stesso Sammartino – possiede una tradizione umoristica speciale, diversa da quella dominante di scuola napoletana, che meriterebbe di essere divulgata.
La vicenda si svolge nella Napoli del 1938, dove si ritrovano un gruppetto di “emigrati” di Agnone, insieme ad alcuni napoletani, con l’aggiunta di un esule spagnolo.
“A differenza del Metodo Galasso – ha detto l’autore – in questa commedia non abbiamo una vera morale. Lì – secondo i canoni classici della commedia greca – venivano alla fine puniti tutti i mentitori, i traditori e i cinici, e i soli a realizzare i desideri erano i due giovani popolani onesti e dotati di una ragionevole gerarchia di valori. Questa è più ridanciana e, almeno apparentemente, mira più esclusivamente a divertire, a parte l’ovvia satira dell’egocentrismo e della superficialità, dove si censura soprattutto chi condanna gli altri e non sa giudicare se stesso. Anche la dinamica delle classi era molto più netta nel Metodo Galasso: una piccola e media borghesia paesana, più i due elementi del proletariato salariato. Qui invece abbiamo un’accozzaglia di sradicati e di mal posizionati: alcuni intenti a superare – velleitariamente – il proprio ceto d’origine; altri disperatamente impegnati a non decadere. Vi sono pure rappresentate la classe artigiana e contadina delle nostre zone, anche se attraverso due individui che tentano di elevarsi verso la borghesia, ma continuano a ‘pizzicarsi’ tra di loro, perpetuando l’antica, larvata antipatia che c’era nei nostri paesi tra contadini e artigiani.”
Il periodo storico del Regime fascista, all’apice del successo e della popolarità, fa da sfondo discreto, ma realistico, alla vicenda; il che significa pochi coraggiosi oppositori che neppure si vedono, molti e vistosi sostenitori del potere di turno, e poi la grande massa degli “adeguati”: quelli che non hanno vere convinzioni politiche ma cercano di campare al meglio, creando dei buoni rapporti col potente di turno. “Il che è quanto succede precisamente anche oggi”, aggiunge Sammartino.
La commedia risulta dotata di una diffusa comicità che si concentra nei dialoghi accesi e nelle liti, e gronda dai malintesi, dagli equivoci, dalla meccanicità dei comportamenti.
“Stavolta – ha detto l’autore – ho cercato di spalmare la comicità in modo più uniforme su tutti i personaggi, mentre nella precedente commedia una buona parte degli spunti comici si concentrava sul mio personaggio, che risultava eccessivamente presente. In questo nuovo lavoro mi sono ritagliato una parte più discreta”.
Anche stavolta la regia è stata affidata ad Umberto di Ciocco (“Che ha lavorato ai limiti dell’incredibile”, dice Sammartino). “Questa seconda commedia di Sammartino – ha detto di Ciocco – è risultata più difficile nel suo impianto recitativo, che richiede una sincronicità molto esatta dei gesti e delle voci, ed è anche fisicamente più movimentata; non è stato facile prepararla, e anche la compagnia ha avuto più difficoltà a seguire le prove”. Sul palco saranno presenti gli abituali attori della compagnia: oltre ai sunnominati, Angelo Catauro, Domisia Di Ciero, Marino Di Nillo,Emma Greco, Luigi Orlando; si sono aggiunti Silvana Di Toro, Luigina Di Menna e Antonio Russo; la scenografia è di Mino Mercuri, la direzione tecnica di Gennaro Bonanese, i costumi di Angela Di Rienzo, l’organizzazione di Morena Gigliozzi e Antonio Camperchioli.
Nota sul dialetto
In questa commedia vi sono poche frasi di dialetto napoletano e di dialetto di Agnone. Quest’ultimo appartiene alla famiglia dei dialetti dell’Alto Vastese (secondo uno studio dell’Università di Macerata).
La sua particolarità, rispetto ad altri dialetti della zona, è la inspiegata conservazione dei dittongamenti del Francese antico, specie nelle forme più arcaiche. A detta di molti forestieri, questi suoni – che risultano piuttosto cacofonici – danno a quel dialetto una particolare carica comica. Così, ad esempio, accanto al più moderno “prufessore” (professore), troviamo il più originale “prufessèure”; e così “duléure”, “ruméure”; la scola (scuola) può anche dirsi “schèula”; ru scéme (lo scemo) può diventare “scioime”; “cure” (culo, deretano) diventa “chìure” (quest’ultimo fonema cerca di rendere il suono della u francese, a metà strada tra u vera e propria ed i). Avrete poi notato che c’è una forte tendenza al rotacismo (la L che diventa R). Così l’articolo, che nei paesi vicini è “lu”, diventa “ru”. La parola “citele” (bambino) diffusa nei dialetti abruzzo-molisani, ad Agnone diventa “ru citre”.
A seguito della diffusione mediatica del Napoletano (che costituisce comunque la base lessicale di molti dialetti dell’antico Regno di Napoli), i dialetti abruzzesi risultano oggi abbastanza comprensibili.
Tuttavia, per gli spettatori che fossero nati e vissuti in zone culturalmente molto distanti dalle nostre, diamo di seguito l’intera traduzione delle frasi che si sentiranno durante la rappresentazione:
Callarare = ramaio
Sagne a taccune = lasagne a rombi
Stunziano (da Cristanziano; San Cristanziano è il santo patrono di Agnone e di Ascoli Piceno)
falle ‘ndrà = fallo entrare
Chìure = culo
Pascere a ru guade la liscia = pascolare al Guado della Liscia (località montana tra Agnone e Rosello)
partemme tutte quende = partimmo tutti quanti
candone = grossa pietra, masso.
sbattiette la coccia = urtai la testa
da ‘ndanne me ‘ngeppe = da allora mi inceppo
quire sci = quello sì.
Sia = suo
Sprengepìete = lett. sprincipiato, malfatto, disorganizzato
pozze cagnà ru tiembe = posso cambiare il tempo
picca = poco
abbièrme = avviarmi
te n’ e a jì = te ne devi andare
sucagnostre = lett. succhia-inchiostro, spregiativo per impiegato, burocrate
ponta de cuglia = punta d’ernia
pozza jì ‘n gielo! = che possa andare in cielo!
cerca re solde isse a me = chiedi soldi, lui a me!
‘mbonnere = bagnare
ecche = qui
elle = là
esse = costì
cannacca = collana
scioime o scéme = scemo
‘ndranne = entrando
tubbitte e fasciuole = tubbetti e fagioli (tipo di pasta corta, specie di micro canneroni)
juste tande = giusto così.
Siwue! : intraducibile interiezione che corrisponde all’italiano “oddio”!
famme assettà! = lasciate che mi sieda!
Pelzinetti! = intraducibile nome di pentole di rame molto in uso un tempo, larghe in alto e ristrette in basso, si poggiavano sulle braci mediante un treppiede di ferro.
Rèume = reumo, reumatismo
me méure = muoio
schiètte = schiatto
ve l ai a dicere = ve lo devo dire
cause = cose
addummannaje = domandare
schiuppettata ‘n cape (o anche “alla coccia”) = schioppettata in testa
cella : femminile di “cielle” (uccello); è metafora per “pene”, “fallo”.
mi alzo cetto = comica italianizzazione di “m’arrizze cette” = mi alzo presto (dal latino: citus)
ma che sci ditte? = ma che cosa hai detto?
Nòmera = nomi
Manéra = maniera
l’ acqua m’ assùca e ru sole me mbonne = l’acqua m’asciuga ed il sole mi bagna; si dice per denunciare un paradosso o un assurdo.
c’ ai a dicere? = che devo dire?
Juste = giusto, proprio
tùzzera alla porta = bussa alla porta
surde = sordo
m’ arcacciano = mi canzonano
te n’ e a jì = te ne devi andare
calzìune = calzoni, pantaloni
madanude ‘n dutte = completamente nudo
shtuorte = storto
quishte = questo
Dé la benedoica = che Dio la benedica
Prassìja = assai
n’ em angora fenìute = non abbiamo ancora finito
fruscja mbronda = capriccio per la testa (lett. “in fronte”).